L'economia statunitense cresce del 3,6 per cento, più delle stime previste dagli economisti
La crescita americana non è lenta come il pil la rappresenta
La crescita del pil degli Stati Uniti potrebbe non essere poi così anemica come i numeri la rappresentano. E’ innanzitutto una questione di prospettiva: il pil varia a seconda degli occhi dell’economista che lo scruta, i dati fluttuano quando si combinano diverse metodologie e tutto è immerso nel “noise”, il rumore di fondo che impedisce di misurare in modo univoco e definitivo la crescita economica.
14 AGO 20

Il Dipartimento del commercio americano ha pubblicato oggi i dati sulle performace economiche del terzo trimestre. L'economia statunitense cresce del 3,6 per cento, più delle stime previste dagli economisti.
New York. La crescita del pil degli Stati Uniti potrebbe non essere poi così anemica come i numeri la rappresentano. E’ innanzitutto una questione di prospettiva: il pil varia a seconda degli occhi dell’economista che lo scruta, i dati fluttuano quando si combinano diverse metodologie e tutto è immerso nel “noise”, il rumore di fondo che impedisce di misurare in modo univoco e definitivo la crescita economica. Da tempo gli economisti si affannano per trovare nuovi metodi e misure per calcolare il pil senza quelle tradizionali discrepanze che possono fare la differenza fra ripresa e recessione. Il pil si può misurare, ad esempio, sulla base della spesa o su quella del guadagno, numeri che in teoria dovrebbero avere un rapporto felicemente complementare (ogni dollaro speso qui è un dollaro guadagnato là) mentre nella realtà sono spesso inconciliabili, con discrepanze che possono essere enormi. Nel primo trimestre del 2000, tanto per fare un esempio, la crescita del pil americano basata sulla spesa era all’1,1 per cento, mentre quella ricavata dai guadagni era all’8,1 per cento. Qualcosa nella misurazione era andato storto, e non si trattava di un caso eccezionale: messi sul piano cartesiano gli andamenti dei due indici non sono affatto sovrapponibili.
Un recente studio di un team di economisti guidato da Boragan Aruoba, dell’Università del Maryland, e promosso dalla Fed di Philadelphia, propone un nuovo metodo per calcolare il pil in termini reali superando le manchevolezze delle prospettive consolidate. Il GdpPlus, questo il nome della misura, permette di ricavare numeri più ponderati e meno volatili circa il reale andamento dell’economia. Quando i ricercatori hanno applicato il nuovo metodo ai dati dell’economia americana si sono resi immediatamente conto che lo stato di salute “reale” della crescita era migliore di quello comunemente raccontato. Lo studio dice che a partire dall’uscita dalla recessione, nel 2009, il pil americano è cresciuto in media del 2,5 per cento l’anno, contro il 2,25 per cento calcolato. Ma è soprattutto il trend attuale a mostrare le miopie delle antiche misure: nell’ultimo anno la velocità di crociera dell’economia attorno all’1,5 per cento ha confortato gli araldi della stagnazione e dato forza alle colombe della Fed, ma nella scala sperimentale del GdpPlus l’economia reale è cresciuta del 3 per cento. “In altre parole – scrivono gli autori – molto della decelerazione del pil nell’ultimo anno sembra in realtà un’invenzione, un puro errore di misurazione che ha mandato un segnale eccessivamente negativo sul ritmo della crescita economica. E’ vero, più probabilmente, che l’economia americana ha continuato a macinare nell’ultimo anno (come del resto è successo nella gran parte della ripresa) a un ritmo modesto e tuttavia sufficiente per indurra una crescita stabile dei posti di lavoro e a diminuzione del tasso di disoccupazione”.
La versione della decelerazione dell’economia americana, in effetti, non si accorda intuitivamente con il calo stabile della disoccupazione, e generalmente i numeri vengono spiegati con un altro “noise” numerico, quello che riguarda l’effettiva ampiezza del bacino della forza lavoro. Aruoba e compagni sostengono invece che la contraddizione fra pil che rallenta e occupazione che accelera sia tutta una questione di misure e metodologie fallaci, un errore generalizzato che ha indotto nel pubblico sentimenti più apocalittici di quanto la realtà economica giustificasse. Infine, lo studio sul GdpPlus fornisce una prova indiretta che le politiche espansive della Fed hanno avuto successo nel neutralizzare il potenziale depressivo dei tagli alla spesa pubblica e degli aumenti fiscali introdotti da Washington.